"Alle radici della parola, Biagio Accardo e gli "Esercizi di riparazione"

Il sesto e ultimo appuntamento di Terrazza d’Autore 2026, al Teatro comunale "On. Nino Croce" di Valderice, è stato dedicato alla poesia di Biagio Accardo e ha concluso un percorso che quest’anno ha avuto come filo conduttore il tema delle “Radici”, intese non soltanto come appartenenza e memoria, ma anche come punto dal quale partire per continuare a muoversi, cambiare e crescere.
Una conclusione affidata, dunque, alla poesia e ad una voce, quella di Accardo, che nel corso dell’incontro Stefania La Via ha presentato come appartata e lontana dalle vetrine della mondanità letteraria, ma capace di conquistare negli anni l’attenzione della critica e diversi riconoscimenti.
Al centro della conversazione, accompagnata dalle letture curate da Ornella Fulco, le due più recenti raccolte del poeta belicino, “Esercizi di riparazione” e “Luce del più vasto giorno”, entrambe pubblicate da PeQuod, utilizzate come tappe di un itinerario attraverso il significato della scrittura poetica e la sua capacità di interrogare l’esperienza umana partendo dalle piccole cose dell’esistenza. Memoria, oggetti quotidiani, famiglia, luoghi, fede, dolore e rinascita hanno scandito un dialogo costruito come un libro da sfogliare, attraverso diversi “capitoli poetici” accompagnati dalla lettura dei versi.
Uno dei nuclei centrali è stato proprio quello della memoria, che Accardo non considera semplicemente uno strumento al quale ricorrere, ma una componente costitutiva dell’essere umano. “Noi siamo la nostra memoria”, ha spiegato il poeta, indicando in “Esercizi di riparazione” un tentativo di riconciliarsi con la propria storia e con l’amore ricevuto, anche quando non compreso o riconosciuto. Inevitabile, in questo percorso, il legame con il Belice e con la ferita del terremoto. Accardo aveva quattordici anni quando visse l’esperienza del sisma, una frattura non soltanto materiale ma capace di incidere profondamente sulla memoria individuale e collettiva. È anche da quella voragine, ha raccontato, che nasce una poesia rivolta alla ricerca dell’identità, delle origini e della ricomposizione. “La mia poesia è la poesia del Belice, la poesia di una terra martoriata, la poesia di una terra che è caduta e si è rialzata”, ha spiegato, legando il tema della rinascita alla possibilità di riannodare il filo dell’esistenza dopo una cesura traumatica.
Nei versi di Accardo ritornano il padre, la madre, i nonni, le case e gli oggetti di un mondo familiare e contadino: una lampada ad acetilene, una lampada da ferroviere, una pergola, gli ulivi, le stanze e i gesti della quotidianità. Cose che non hanno soltanto il compito di evocare ciò che è stato, ma diventano porte attraverso le quali entrare in una dimensione più profonda della memoria. Per il poeta le radici sono, infatti, il luogo nel quale la propria storia può ricomporsi e nel quale nulla di ciò che ha formato un'esistenza viene definitivamente perduto.
Dal confronto è emersa anche una riflessione sui verbi “partire”, “ritornare” e “restare”. Per Accardo è difficile sceglierne uno, perché non può esistere un autentico ritorno senza una partenza e un cammino, mentre proprio il restare rappresenta forse la scelta più difficile. Un restare inteso non come immobilità, ma come “vocazione alla quotidianità”, fedeltà agli impegni e amore per ciò che si possiede, senza inseguire facili chimere di successo.
È una visione che si lega direttamente all’idea scelta da Terrazza d’Autore per questa edizione: radicarsi senza rinunciare al movimento. La rassegna è partita, infatti, dalla frase di Virginia Woolf “Sono radicata, ma fluisco”, assunta come immagine dell’equilibrio tra stabilità e cambiamento, tra un passato capace di sostenere e la necessità di continuare a crescere. Nel dialogo con Accardo questo principio ha trovato una declinazione fortemente legata alla terra e all’esperienza personale. Il paesaggio diventa geografia interiore e la Sicilia, il Belice, i filari, gli ulivi e la sapienza del mondo contadino finiscono per custodire interrogativi universali sulla vita, sulla morte e sulla possibilità di ricominciare.
Il poeta ha raccontato anche la scelta di coltivare per lungo tempo la propria scrittura lontano dai grandi centri e dagli eventi pubblici, nutrendola attraverso la lettura di autori come Ungaretti, Neruda, Lorca, Clemente Rebora, Mario Luzi e Giorgio Caproni, fino agli incontri più recenti con altre esperienze della Poesia contemporanea.
Altro passaggio centrale della serata è stato quello dedicato alla “riparazione”, parola che dà il titolo a una delle raccolte e diventa quasi una dichiarazione poetica. Riparare, rialzare, aggiustare: il gesto del poeta viene accostato al lavoro paziente di chi ricuce uno strappo, riannoda i fili e prova a restituire unità a ciò che si è spezzato. La poesia assume, così, una funzione di cura e di custodia della fragilità dell’esistenza, senza cancellare le ferite ma cercando di ricomporle.
“Esercizi di riparazione”, ha raccontato Accardo, non era inizialmente il titolo previsto per il libro, ma si è imposto alla fine del percorso di scrittura, dando unità all’intera opera. Alla base c’è l'idea di una continua ricerca della propria radice umana, un esercizio che non può mai considerarsi concluso e che richiede vigilanza e custodia. Nel confronto tra le due raccolte è emersa anche la diversa genesi delle opere. “Luce del più vasto giorno” riunisce poesie composte in un arco temporale che arriva fino al 2020 e attraversate da un’oscillazione tra luce e ombra, fragilità e attesa, mentre “Esercizi di riparazione” presenta una struttura più unitaria e nasce dal desiderio di dedicare la poesia alle cose, anche alle più piccole, affinché la parola possa sottrarle alla dispersione e riconoscerne la dignità.
Per Accardo il poeta non deve separare la scrittura dal mondo né vivere isolato in una dimensione esclusivamente letteraria: deve stare dentro la realtà senza esserne inghiottito, conservando la capacità di guardare con attenzione ciò che lo circonda. La Poesia, in questa prospettiva, torna a educare allo stupore e alla meraviglia, restituendo alle cose quella profondità che l’abitudine rischia di cancellare.
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