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"Alle radici dell'infanzia", Giacomo Pilati racconta "Blu e sale. Un'educazione siciliana"

  • Immagine del redattore: Terrazza d'Autore
    Terrazza d'Autore
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Le radici come memoria, appartenenza e identità, ma anche come qualcosa da cui, almeno qualche volta, si è tentati di fuggire.


Attorno a questa tensione Giacomo Pilati ha costruito il racconto della propria infanzia e della propria Sicilia nel quinto appuntamento della XXI edizione di Terrazza d’Autore. L’incontro, dal titolo “Alle radici dell’infanzia", si è svolto lo 11 agosto 2026 al Teatro comunale “On. Nino Croce” di Valderice ed è stato dedicato a “Blu e sale. Un’educazione siciliana”, il libro nel quale Pilati intreccia il proprio percorso personale con alcuni degli avvenimenti che hanno segnato la storia del Trapanese e della Sicilia.


Ad accompagnare la conversazione, condotta da Ornella Fulco, sono state le letture affidate alle voci di Giampiero Montanti e di Stefania La Via.


Il dialogo è partito proprio dalla memoria e dalla distinzione tra nostalgia e malinconia. «Io non ho fatto un’operazione nostalgia», ha spiegato Pilati, precisando che nel libro c’è, piuttosto, la malinconia. I ricordi, custoditi fin dai primissimi anni di vita, sono diventati nel tempo le tessere di un puzzle che, una volta ricomposto, gli ha fatto comprendere di avere tra le mani qualcosa di più di un’autobiografia: «Una sorta di romanzo di formazione di un bambino che è nato all’inizio della seconda metà del secolo scorso». Un bambino nato nel 1962 che, crescendo, ha visto cambiare non soltanto se stesso ma il mondo che lo circondava, fino a trasformare la propria vicenda individuale nel racconto di una generazione.


Ed è proprio la Sicilia a diventare il grande spazio fisico e sentimentale di questa formazione. Pilati ha richiamato “Conversazione in Sicilia” di Elio Vittorini per spiegare un’educazione che, a suo giudizio, difficilmente avrebbe potuto maturare altrove nello stesso modo. La sua generazione, ha ricordato, non ha conosciuto la violenza soltanto attraverso i giornali: «Qui noi, dalle nostre parti, abbiamo vissuto e abbiamo respirato lo zolfo della guerra di mafia». Pilati cominciò a scrivere da cronista a 17 anni, raccontando la guerra di mafia di Alcamo, i morti nel Trapanese e l’omicidio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto. È in quel passaggio, ha spiegato, che si consuma la perdita dell’innocenza: la scoperta che dietro l’apparenza di una società rassicurante esistono rapporti di potere, favori e condizionamenti, «i pupari, quelli che tirano i fili».


Le radici, però, non sono soltanto spine. «La radice per me è la Sicilia», ha detto lo scrittore. Non una Sicilia da cartolina o semplicemente folcloristica, ma una terra vissuta «come un sentimento», capace di fornire alla scrittura colori e parole. Un legame che Pilati ha descritto attraverso una contraddizione che ha accompagnato la sua generazione: quella tra «claustrofobia e claustrofilia», tra il desiderio di restare e quello di partire. E accanto a questa tensione, colloca due elementi che considera profondamente siciliani: il quieto vivere e i sensi di colpa. Il primo come accettazione degli equilibri esistenti, i secondi come «spine» che nascono quando si prova a spezzarli.


Da qui il viaggio si è spostato nell’infanzia, ricostruita attraverso una memoria soprattutto sensoriale. Odori, sapori, rumori, piccoli oggetti e immagini quotidiane diventano nel libro strumenti per riportare in vita una Trapani che non esiste più. Una memoria che non rappresenta soltanto un archivio personale ma la materia stessa della narrazione: storie che per anni hanno continuato a bussare chiedendo di essere raccontate.


Nel libro, tuttavia, l’infanzia non rimane mai separata dalla Storia. Il terremoto del Belice rappresenta uno degli snodi decisivi. Pilati aveva sei anni, viveva nel cuore di Trapani e racconta che proprio lo sfollamento seguito al sisma gli fece scoprire un mondo fino ad allora sconosciuto: la campagna di Locogrande, le vigne, le lucciole e le corse tra gli ulivi. Ma, soprattutto, ricorda le cronache televisive del terremoto e la nascita di una vocazione. Con il registratore a bobine del fratello e un microfono cominciò a inventarsi contemporaneamente intervistatore e terremotato. «Questo è il lavoro che voglio fare da grande, io voglio raccontare le storie della gente», ricorda di avere pensato. È da lì, sostiene oggi, che parte tutto: la curiosità del cronista, l’urgenza di conservare le storie e la necessità di raccontarle. E raccontare Trapani, per chi a Trapani vive, significa inevitabilmente misurarsi con le sue contraddizioni.


Secondo Pilati, «capire la Sicilia significa anche fare i conti con te stesso», ha osservato, citando quella compresenza di «luce e lutto» che continua a caratterizzare il suo rapporto con l’isola.


Tra il cronista che verifica i fatti e il bambino capace di meravigliarsi, Pilati non ha dubbi su chi continui a guidare la sua scrittura: «Il bambino, assolutamente. Io ancora continuo a stupirmi e se così non fosse non scriverei più». Lo stupore diventa così una forma di resistenza al tempo. Pilati racconta di avere voluto prolungare quell’infanzia e di non avere mai tradito quel bambino, custodendolo come la parte di sé ancora capace di «sgranare gli occhi» davanti alle cose nuove. Curiosità e stupore, insieme, sono per lui il punto dal quale continuano a nascere le parole.


Il confronto si è fatto più intimo quando Ornella Fulco ha ricordato che il libro è dedicato ai figli e ai nipoti e ha chiesto quale eredità Pilati vorrebbe lasciare loro. Lo scrittore ha ripercorso quasi cinquant’anni trascorsi a raccogliere le vite degli altri, dalle esperienze televisive locali alla collaborazione con il “Maurizio Costanzo Show”, dai libri al giornalismo.


Alla domanda che attraversa “Blu e sale” – «Sei diventato quello che volevi?» – è arrivata la risposta più amara della serata: «No, non sono diventato quello che volevo». Non per una questione personale, ma perché quel bambino immaginava di poter contribuire a cambiare la propria città. Pilati ha chiamato in causa anche la sua generazione, quella nata negli anni Sessanta, che a suo giudizio non è riuscita a trasformare la rabbia e le esperienze vissute in una vera svolta collettiva. La metafora è quella di una staffetta nella quale, al momento di consegnare il testimone, «dopo di noi non c’era più nessuno»: figli e nipoti avevano già scelto altre destinazioni. Ne è scaturita una riflessione durissima sullo spopolamento giovanile della Sicilia, una «emigrazione culturale, intellettuale, sociale» che ha impoverito il futuro di questa terra e sulla quale, sostiene, si discute ancora troppo poco.


Il finale ha riportato la serata dalla memoria personale a quella civile. Ornella Fulco ha letto una pagina del libro indirizzata a Mauro Rostagno, costruita come una lettera che comincia dall’ultima volta in cui Pilati lo vide, pochi giorni prima dell’omicidio del 26 settembre 1988. Nel testo riaffiora la figura del giornalista che aveva scosso Trapani raccontando mafia, massoneria, politica e malaffare e dando spazio, attraverso RTC, agli ultimi e alle storie normalmente escluse dall’informazione. Pilati ha ricordato anche la «delega di coraggio» di una parte della città, che ascoltava Rostagno ma lasciava a lui il compito di esporsi.


E alla domanda immaginaria su cosa sia cambiato da allora, la risposta del libro resta amara: i problemi atavici non ancora risolti, il malaffare, i giovani che vanno via, le avanguardie che sono scomparse, il vuoto lasciato da quella stagione di speranza che non è stato colmato.


È così che il quinto appuntamento di Terrazza d’Autore ha finito per andare oltre la presentazione di un libro: “Blu e sale” fa dell’infanzia il punto dal quale interrogare l’età adulta e il presente. Di tutti noi.


Qui il podcast integrale


Qui la galleria ufficiale di foto 


Qui la clip video che racconta l'atmosfera dell'incontro

 
 
 

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