"Alle radici della lingua italiana", Francesco Lepore e il Latino nel mondo di oggi
- Terrazza d'Autore
- 7 giorni fa
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Al teatro comunale "On. Nino Croce" di Valderice, un pubblico attento ha accolto Francesco Lepore, protagonista del quarto appuntamento della XXI edizione di "Terrazza d'Autore", la rassegna letteraria ideata, curata e condotta da Ornella Fulco e Stefania La Via, quest'anno dedicata al tema delle "Radici".
L'incontro, intitolato "Alle radici della lingua italiana", ha offerto un viaggio coinvolgente nella storia e nell'attualità del Latino attraverso la presentazione del volume "Bellezza antica e sempre nuova. Il latino nel mondo di oggi", impreziosito dalla prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi.
Un viaggio nel tempo e, insieme, un ritorno a casa: quello nella storia, e nell'attualità sorprendente, del Latino, raccontato insieme a Stefania La Via.
Con la passione di chi conosce la lingua non come reperto da museo ma come voce ancora capace di emozionare, Francesco Lepore ha smontato i pregiudizi che per troppo tempo hanno relegato il Latino tra i banchi di scuola, presentato come materia da temere più che da amare. Ha mostrato, invece, quanto questa lingua sia sorprendentemente viva: capace di raccontare la politica internazionale, i grandi eventi sportivi, persino il palco di Sanremo e i fenomeni della cultura pop.
Richiamando i suoi articoli della rubrica "O tempora o mores" su Linkiesta.it, l'autore ha dimostrato come il Latino sappia ancora leggere il presente con una precisione linguistica che il tempo non ha scalfito, ma affinato, e ha parlato anche del legame profondo tra il Latino e la lingua italiana.
Oltre la metà del nostro vocabolario fondamentale - ha ricordato - affonda le radici in quella lingua antica. Non si tratta solo di etimologia: conoscere l'origine delle parole significa comprendere come pensiamo, come interpretiamo il mondo, come costruiamo, ogni giorno, il senso delle cose.
È stata una riflessione che ha acceso negli occhi del pubblico qualcosa di più di un semplice interesse culturale: un senso di appartenenza. Un dialogo che ha aperto lo sguardo su quel patrimonio condiviso che una disciplina spesso ingiustamente bollata come "solo scolastica" custodisce, in realtà, come un tesoro collettivo.
L'incontro ha saputo intrecciare l'antico con l'urgenza del contemporaneo: l'intelligenza artificiale, la comunicazione digitale, il ruolo che il Latino può ancora giocare nell'educazione dei giovani, nel mondo della Scuola. Lepore ha sostenuto, con convinzione, che studiare questa lingua significhi allenare il pensiero critico, affinare la precisione delle parole, imparare a leggere con più consapevolezza un presente fatto di comunicazione veloce, frammentata, a volte sfuggente.
Il pubblico ha potuto ascoltare anche il racconto del percorso umano di Lepore: già sacerdote latinista presso la Segreteria di Stato Vaticana e officiale della Biblioteca Apostolica Vaticana, oggi giornalista, scrittore e attivista per i diritti civili. Un cammino che gli ha permesso di restituire al Latino la sua vera natura: non lingua elitaria, chiusa in una torre d'avorio, ma patrimonio comune, vivo, condiviso da tutti coloro che lo vogliono ancora ascoltare.
E poi, il momento che ha chiuso la serata come un abbraccio: la lettura di una celebre pagina di Seneca, tratta dalla Lettera 95 a Lucilio. "Tutto ciò che vedi, che include in sé cose divine e umane, è un tutt'uno: noi siamo le membra di un grande corpo." Con queste parole, Seneca ci ha ricordato che la Natura ci ha generati come fratelli, nati dalla stessa materia, destinati alla stessa meta, uniti da un amore reciproco che nessuna distanza dovrebbe spezzare. E poi l'immagine, potentissima, della società umana come una volta di pietre: un edificio che regge solo perché ogni singola pietra sostiene le altre, e che crollerebbe nell'istante stesso in cui una di esse si sottraesse a questo abbraccio reciproco.
Infine, il verso di Terenzio, che Seneca fa proprio e che Lepore ha voluto lasciare come ultimo dono al pubblico: "Homo sum, humani nihil a me alienum puto", "Sono un uomo, e nulla di ciò che è umano mi è estraneo".
Una frase scritta più di duemila anni fa, eppure capace di risuonare come se fosse stata pensata per il nostro tempo, per un mondo che ha ancora, forse più che mai, bisogno di ricordarsi che siamo "nati per condividere tutto in comune".
Qui il podcast integrale
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